L’azienda del giorno: Andrea Picchioni

Non mi ricordo da quanti anni conosco Andrea Picchioni, ma di certo è stato uno dei primi vignaioli oltrepadani che ho incontrato quando ho deciso di occuparmi di questa terra benedetta e maledetta allo stesso tempo, e di venire pure a viverci. Le volte che abbiamo mangiato, bevuto, degustato, discusso insieme non le conto. E a questo link si possono trovare le note da me scritte in occasione della degustazione di una magnum di Rosso d’Asia ’99, una delle sue bottiglie migliori mai bevute, un paio d’anni fa. Mi accorgo ora che l’incipit di quel pezzo è praticamente uguale a quanto scritto qui sopra – questo rende bene l’idea di ciò di cui stiamo parlando.

Fine della premessa personale. La storia di Andrea, classe 1967, è differente da quella di tanti suoi coetanei in zona e no, vignaioli figli di vignaioli che mandano avanti l’azienda di famiglia. Lui, che nemmeno ha fatto l’istituto agrario, l’azienda l’ha fondata personalmente, a soli 21 anni, nel 1988, costruendo la piccola cantina proprio all’imbocco di quella Val Solinga dove ha recuperato vecchi vigneti per un totale attuale di circa 11 ettari. Vigneti impervi, sassosi, difficili da lavorare, caratterizzati da rese basse ma splendidamente esposti in pieno Sud. Nel 1995 si avvia la collaborazione con l’agronomo-enologo castanese Beppe Zatti, che prosegue tuttora. Rimando a questo link per approfondire nel dettaglio la conduzione dell’azienda, dalla quale si evince che la conversione al biologico non è stata fatta per moda né per questione di mera certificazione – che infatti c’è ma non viene messa sulle etichette – bensì una filosofia comportamentale volta al massimo rispetto per la vigna e per l’ambiente.

La degustazione

Rosso d’Asia ’13

 

Assaggiato in anteprima non etichettato (non è ancora in commercio), sembra una delle versioni di questo vino più riuscite in assoluto. Ovviamente è ancora molto giovane, tuttavia ciò che colpisce maggiormente sono la setosità e la finezza dei tannini, che sono sì fitti ma eleganti e vellutati. Trattandosi di un vino composto al 90% di croatina, resto sempre stupito dalla differenza di sensazione tannica rispetto all’altro vino “importante” della Casa, il Buttafuoco Riva Bianca (vedi qui sotto) nel quale è presente una significativa percentuale di barbera – uva che apporta più acidità che tannino – e che invece ha bisogno di più tempo per ammorbidire gli spigoli. La risposta di Andrea in merito è elementare, disarmante e indiscutibile: “Sono terreni diversi”. Resta dunque questo Rosso d’Asia fruttato, pieno, netto nei profumi di piccoli frutti di bosco, inconfondibile nello stile, ammirevole nella profondità e foriero di interessanti sviluppi con l’invecchiamento.

Buttafuoco Bricco Riva Bianca ’12

Ecco, appunto. Riprendiamo il discorso sui tannini. Questo Riva Bianca ha un anno in più rispetto al Rosso d’Asia, meno croatina (a proposito: in entrambi non manca una doverosa quota di ughetta di Canneto), eppure tannini più avvertibili, proprio come sensazione tattile. Tannini di trama finissima, intendiamoci, e ben maturi, senza alcun accenno di “verde”. Si tratta semplicemente di un vino che ha bisogno di più tempo in bottiglia per esprimersi al meglio, come ho avuto modo di constatare più volte nel corso degli anni. In questo caso, i profumi si fanno più cupi, si sentono note di china, liquirizia, sottobosco; non mancano i frutti di bosco a bacca nera, la mora in particolare, e poi emerge intrigante quella nota balsamica così tipica dei vini di Solinga. Chiude lungo con una leggera nota ammandorlata. Si tratta solo di aspettare qualche anno per berlo al suo meglio.

Buttafuoco Cerasa ’15

 

Questo Buttafuoco giovane è stato al centro di una vicenda di surreale burocrazia: fino all’annata precedente il suo nome era Luogo della Cerasa, poi una contestazione sul nome – in particolare sull’utilizzo del lemma “Luogo” – ha portato a una multa e al conseguente cambio del nome. Detto questo, e detto che auguro ad Andrea di vincere il ricorso, ho assaggiato due imbottigliamenti diversi: quello di novembre ’16 con una sensazione di grassezza maggiore, mentre quello di pochi giorni prima della mia visita (inizio marzo ’17), pur con i tannini più vivi e lo scombussolamento del vino dovuto appunto al recentissimo imbottigliamento, mi è parso poter sviluppare in prospettiva una maggiore fragranza fruttata, che è poi ciò che ci si aspetta da un vino del genere, ferma restando una struttura tutt’altro che irrilevante, specie in annate particolarmente favorevoli come questa. Niente legno, solo un bel quadro di frutti rossi e una lieve nota speziata data dall’ughetta di Canneto.

Bonarda ’16

 

Rifermentata con l’utilizzo di lieviti indigeni, è solo lievemente vivace (1 atmosfera di pressione). In un’annata così calda, per non salire troppo di grado alcolico il tenore zuccherino è rimasto piuttosto alto (12 g/l). Nel complesso, pur essendo il primo imbottigliamento, si è rivelata già abbastanza armonica, molto fragrante e caratteristica, stilisticamente “picchionesca”, quindi di struttura ma senza pesantezze, e un frutto espressivo. Ancora ben avvertibile il fine tannino, che ha bisogno di un po’ di tempo in vetro per trovare il giusto equilibrio con lo zucchero residuo. L’accenno balsamico ci ricorda che siamo in Solinga, e il finale di mandorla che stiamo parlando di croatina in purezza.

Arfena ’15

 

Questo Pinot Nero, sin dalla sua prima apparizione con l’annata ’06, è sempre stato quello su cui io e Andrea siamo più in disaccordo. Certo, sa di piccoli frutti di bosco, di viola, ha il tipico colore del Pinot Nero, è un vino buono – ma è un’interpretazione che non mi ha mai convinto del tutto. Da un lato lo trovo troppo tannico, per quanto dolci siano i tannini – e questo è dato in parte dalla gioventù; dall’altro, la mia personale sensazione in bocca – anche in questo ’15 – è che sia un po’ carente quanto a sostegno dell’acidità, sia troppo caldo e morbido e che, in definitiva, gli manchi quella tensione financo emozionale che vado cercando in questa specifica tipologia di vino. D’altra parte ha un suo stile ben preciso e riconoscibile: Andrea lo vuole fare così, le tremila bottiglie di questa annata sono già praticamente tutte prenotate, glielo cercano svariati ristoranti stellati quindi  che altro dire? Ha ragione lui.

Sangue di Giuda Fior del Vento ’16

 

Finiamo in dolcezza. Ammetto che non sempre sono rimasto entusiasta da questo vino, ma l’ultima annata appena imbottigliata mi convince pienamente. Da un vino dolce frizzante come il Sangue di Giuda ci si attendono fragranza, immediatezza di frutto, armonia e piacevolezza complessiva: il Fior del Vento ’16 risponde in pieno a queste caratteristiche. Dolce senza essere stucchevole, fruttone rosso bello vivo, croccante come direbbe qualche mio illustre collega, lascia un palato fresco e vivo. Forse il migliore in assoluto di Andrea, almeno per quanto riguarda le ultime annate.

Considerazioni finali

Partire dal nulla a vent’anni e arrivare a essere una delle aziende oltrepadane più apprezzate e più premiate sarebbe già di per se un commento più che sufficiente. Abnegazione, voglia di fare e di emergere, rigore, serietà professionale, quella giusta dose di ambizione: questi gli ingredienti che hanno portato Andrea Picchioni dove è ora, alla vigilia dello scoccare dei cinquant’anni. Senza dimenticare il silente ma fondamentale apporto della moglie Silvia, della mamma tuttofare Rosa e del mago dei trattori, il papà Antonio. E forse, in futuro, della figlia Asia, alla quale è dedicato uno dei vini più importanti dell’azienda. Data la salda amicizia e la stima reciproca con Lino Maga, il creatore del Barbacarlo, chissà? Forse l’erede è proprio Andrea.

 

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