L’azienda del giorno: Bellaria

Era parecchio tempo che non vedevo il mio coscritto Paolo Massone, e ancora più anni sono passati dalla mia ultima visita in cantina, l’Azienda Agricola Bellaria. Nel frattempo sono successe molte cose a Paolo, da gravi e dolorose vicende famigliari a una controversa presidenza del Consorzio dell’Oltrepò Pavese nel periodo più turbolento e travagliato della sua storia (vicenda sulla quale non ho intenzione di esprimermi, almeno in questa occasione). Al punto che Paolo, di fatto, aveva in pratica abbandonato il suo mestiere di viticoltore.

Ora tutto ciò è alle spalle, e fortunatamente a Paolo è tornata la voglia di fare il vignaiolo. Dico fortunatamente sia sul piano umano, sia perché i suoi vini erano tra i migliori d’Oltrepò quando ho cominciato a occuparmi di questa zona, oltre 15 anni fa, allorché conobbi un Paolo Massone vignaiolo appassionato, innamorato della sua terra, e insieme a lui discorrevo del territorio visitando l’allargamento della cantina allora in costruzione.

Arrivo in azienda a Mairano, sopra Casteggio, in un pomeriggio di pioggia battente e in compagnia degli amici Claudia Renzi (titolare della Vineria InOLTRE di Pavia) e Roger Marchi. Paolo ci accoglie col suo consueto sorrisone; lo trovo in forma, nonostante tutto, sempre cordiale e disponibile. Si chiacchiera parecchio, di quel che è successo e di quel che potrà succedere; ma poi sono i vini a parlare.

La degustazione

La Macchia ’05

Paolo ha sempre pensato che il vino lo faccia il terroir, più che il vitigno. Questa filosofia lo ha portato a piantare sia vitigni internazionali sia vitigni tradizionali, cercando di utilizzare i 15 ettari di proprietà in modo da ottenere il meglio da ciascuna parcella. Ecco dunque un merlot in purezza, il quale – vedi un po’ il terroir, appunto – non ha alcun accenno vegetale; in compenso, è sostenuto da un’acidità viva e le barrique in buona parte nuove gli conferiscono un tannino ancora indomito dopo quasi 12 anni. Scaldandosi, escono le note di frutti di bosco, mentre in bocca, largo e pastoso, rimane ancora un po’ ruvido. Non è paradossale dire che va aspettato ancora un po’; i vini di Paolo hanno sempre avuto queste caratteristiche.

Bricco Sturnèl ’05

Assaggiando questo vino ho la sensazione di ritrovare un vecchio amico. Non nascondo che ho sempre avuto un debole per lui, come emerge anche dalle parole che ho scritto in occasione della degustazione verticale svoltasi per OltreLaStoria al Ristorante Prato Gaio esattamente tre anni fa. Taglio di cabernet sauvignon e di barbera (20% quest’ultimo dalla prima annata prodotta – ’93 – a crescere fino all’attuale 30%) capace di coniugare potenza ed eleganza. Così era, e così lo ritrovo. La classe del cabernet si sposa a meraviglia con l’esuberanza fruttata e acida della barbera, e il legno – meno preponderante rispetto a La Macchia – avvolge il tutto in un accattivante sfera di liquirizia. Un vino che avrà ancora parecchio da dire nei prossimi anni.

Olmetto ’11

La Barbera di Paolo Massone mi è sempre piaciuta. Ora è uno dei pochi vini per i quali viene rivendicata la Doc Casteggio, ma il vino è sempre lo stesso, ottenuto dalla vigna omonima che include un 15% di croatina e uva rara. In questo assaggio ha fatto un po’ fatica ad aprirsi al naso, mentre in bocca la sua spiccata barberosità zampillava festosa. Restando qualche minuto nel bicchiere e salendo di temperatura (tutti i vini erano a temperatura di cantina), ecco emergere l’amarena e la ciliegia, un fruttato nitido, non troppo esuberante, che aiuta la facilità di beva pur trattandosi di un vino tutt’altro che semplice. Niente sovramaturazioni, solo barbera, sincera e goduriosa come piace a noi (cioè a me).

La verticale di Chardonnay Costa Soprana

Costa Soprana ’05

La degustazione inizia con l’ultima annata prodotta di questo chardonnay, prima dell’espianto del vigneto a favore del pinot nero. Appena versato si sente abbastanza netta la marcatura del legno, con vaniglia e spezie, seppur piacevoli, che coprono tutto il resto. Però col passare del tempo il vino sembra accomodarsi meglio nel bicchiere, come un ospite che dopo un primo momento di rigidità inizia a sentirsi a suo agio. E allora si cominciano a sentire le potenzialità e le caratteristiche di questo vigneto, non a caso posto a cavallo tra i comuni di Mornico Losana e Oliva Gessi, le cui caratteristiche del suolo non sono difficili da intuire. Riassaggiato a fine degustazione, mostra evidenti parentele con lo strepitoso ’98 di cui parlerò più avanti, in particolare nel ventaglio di aromi (qui ancora allo stato embrionale) e nella profonda mineralità. Prevedibile la lenta, bella evoluzione nei prossimi anni.

Costa Soprana ’03

Annata torrida, e si sente. In questo caso, l’esposizione del vigneto a sud-est ha poco giovato, visto il caldo che quell’anno faceva già di prima mattina e la quasi assenza di escursione termica notturna. Il colore è dorato, i profumi sono abbastanza evoluti e vanno verso i fiori secchi e la frutta tropicale matura. Nel complesso, è un vino statico e non precisissimo in bocca. Dopo 14 anni direi che è giunto a fine carriera, con un lieve accenno di note ossidative che consolida questa sensazione. Ancora bevibilissimo, intendiamoci, ma da qui in poi non potrà che imboccare una parabola discendente che immagino lenta seppur inevitabile.

Costa Soprana ’00

Dopo il ’97 e il ’98 (il ’99 non fu prodotto), questo è il primo Costa Soprana fatto da Paolo Massone con la supervisione dell’enologo piemontese Giancarlo Scaglione. Al termine della degustazione, visti i risultati del ’98 (e, assicura Paolo, anche del ’97, anno di nascita del figlio, del quale rimangono solo 12 bottiglie), la domanda è sorta spontanea: “Perché?”. Perché andare a intaccare quel vino superlativo con un’overdose di legno? La risposta è logica, in fin dei conti: avendo poca esperienza sul vitigno, perché non affidarsi a un enologo di fama? E poi, aggiungo io, a quei tempi si usava così: la moda delle barrique nuove ha attraversato tutta l’Italia vinicola, negli anni Novanta. Col senno di poi, probabilmente lo stesso Scaglione – del quale non intendo mettere in dubbio la bravura, soprattutto sui vini rossi – farebbe retromarcia. Fatto sta che questo ’00 ha note di tostatura evidenti, sentori di biscotto bruciacchiato che, invece di esaltare le caratteristiche del vino e del vigneto, le sminuiscono ponendole in secondo piano.

Costa Soprana ’98

Si presenta con un bel colore dorato e muovendo il bicchiere si vede bene la sua densità. Il naso è letteralmente esplosivo. Menta, anice (se vogliamo scriviamo stellato, tanto è uguale all’anice verde), scorza d’agrume candita, rosmarino, rabarbaro, finocchietto, acacia e relativo miele, salvia, torrente di montagna (torrente di montagna!) e si potrebbe andare avanti per un bel po’. Bocca incisiva, fresca, nervosa, minerale; si intuisce che il vino ha fatto legno ma è talmente ben integrato che il dettaglio appare quasi irrilevante. Ricco e vibrante, non si smetterebbe mai di annusarlo, non fosse che vien voglia di berne un altro sorso. Questo NON l’ho sputato e mi sono pure portato a casa la bottiglia aperta. Lo dico? Lo dico. Un Borgogna della Côte de Beaune. Paolo ne ha ancora una sessantina di bottiglie, andate a trovarlo, magari si impietosisce e ve ne apre una.

Considerazioni finali
Come ho già detto, sono contento che a Paolo Massone sia tornata la voglia di fare ciò che sa fare meglio, ovvero il vignaiolo. Lo spessore e la personalità dei suoi vini sono emersi in modo evidente nel corso di questa visita. Qualcosa è cambiato, certo: per esempio, Paolo non produce più la Bonarda Brìa, che pure era tra le migliori del territorio. In compenso, chiuso anche il capitolo chardonnay, dalla vigna Costa Soprana sono arrivate con la vendemmia ’16 le basi di pinot nero con le quali è stato appena fatto il tiraggio di 15mila bottiglie di Metodo Classico, parte in bianco e parte in rosato. Tra qualche anno vedremo i risultati, ma se tanto mi dà tanto…

(Le foto belle sono di Claudia Renzi)

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