My name is Zanella. Maurizio Zanella.

20150421_161922L’uomo è affabile, cordiale, alla mano. Arriva in una grande stanza che a Ca’ del Bosco chiamano “Sala del Camino” – divani neri, ampie vetrate, un’antica cassaforte e, appunto, il grande camino in stile moderno – un po’ trafelato, si scusa per il modesto ritardo, si dà una rinfrescata ed è pronto per la chiacchierata. Ci tiene subito a puntualizzare che vuole tenere ben separati i due argomenti – Ca’ del Bosco e Franciacorta – e infatti io sono qui per parlare di Franciacorta. Di Ca’ del Bosco, della visita all’azienda condotta dalla simpatica e impeccabile Alessandra Viola prima dell’intervista, del Dosage Zéro Noir ’01 che mi è stato offerto nella Sala del Camino scriverò un’altra volta.

Maurizio Zanella by Giuseppe La Spada_founder and chairman (3)Perché Maurizio Zanella, 58 anni di Bolzano, è sì il fondatore di un’azienda vinicola che è ormai tra le più conosciute e affermate d’Italia, è sì uno dei padri nobili della Franciacorta («Abbiamo fatto un miracolo», dirà durante l’intervista, con orgoglio ma senza traccia di spocchia) ma è anche il Presidente uscente del Consorzio (due mandati: 2009-2012 e 2012-2015) e, dunque, in questo momento, con l’Expo alle porte, è più importante parlare del presente. E del futuro.

A fine mandato, anzi doppio mandato, è inevitabile chiederle un consuntivo sulla sua Presidenza. Ovvero: quali erano i suoi obiettivi principali quando ha assunto l’incarico e come ritiene di averli portati avanti.

Non sono diplomatico ma dico la verità. Ho tutto il fardello, con tutti i dati che devo presentare all’Assemblea dei soci. Contiene le linee programmatiche che presentai quando fui eletto. In questo momento non sono in grado di rispondere con puntualità per dirle cosa ho fatto e cosa non ho fatto. Purtroppo ho grandi doti ma anche il difetto di avere scarsa memoria (sorride). Vado a ruota libera ma può darsi che mi contraddica tra cinque o sei giorni. Dunque se le dico ora delle cose, poi lei ne va a leggere delle altre e pensa “ma questo è matto”. Le posso dire però a grandi linee quali potranno essere le necessità del futuro. Quelle le ho bene in mente, perché sei anni fa c’erano problematiche differenti.

D’accordo. Allora comincio io con una domanda: mi parli di uno dei punti chiave di ogni zona vinicola, ovvero la promozione.

Fino a quando non sono arrivato io, a livello di promozione la Franciacorta non aveva fatto niente all’estero e aveva fatto pochissimo in Italia. Non perché chi mi ha preceduto fosse uno sprovveduto ma perché la scelta del Consorzio, quindi come sempre suffragata da tutti, era stata quella di non iniziare a fare promozione fino a quando la tutela, il controllo sulla produzione e la sperimentazione non avessero permesso di raggiungere un livello minimo qualitativo sufficiente. Il Consorzio nasce nel 1990, quindi ha 25 anni: per i primi 17 praticamente tutto il bilancio è andato in sviluppo, ricerche, zonazioni, corsi e quant’altro per far sì che nella qualità della produzione complessiva non ci fossero quei buchi e quegli sbalzi che una zona giovane e in crescita ha di suo. Ci sono ancora adesso, figuriamoci sei o sette anni fa. Quindi io ho avuto la fortuna di diventare Presidente quando il Consiglio di Amministrazione ha deciso che era arrivato il momento di andare finalmente in giro a parlare di Franciacorta. Parte quindi una promozione importante in Italia e si inizia a parlare con l’estero.

Ecco, mi parli di come intendete muovervi all’estero.

Ci sono produttori che sono presenti in Germania o negli Stati Uniti da 35 anni, ma ci sono con il marchio aziendale. A noi interessa portare lì il marchio consortile.  Ci sono due fasi ben distinte di promozione. La prima è agire sul trade, sugli addetti ai lavori: importatori, distributori, ristoratori, sommelier, ovvero il “nostro” mondo. Non appena siamo riusciti a strutturare la distribuzione, noi togliamo risorse a quel canale, perché ormai il prodotto nelle carte dei vini e nelle enoteche c’è; serve che il consumatore lo scelga, lo vada a comprare. Ovvero andiamo a creare la domanda. Sono modalità di comunicazione completamente diverse, con professionisti completamente diversi, con mentalità completamente diverse. Tutto questo ha dei tempi piuttosto lunghi: occorre lavorare almeno quattro/cinque anni solo con la distribuzione, per far sì che gli importatori da due diventino trenta, le aziende quindici-venti, il volume cresca e il nome Franciacorta inizi a girare nell’ambiente. A questo punto basta giornali di settore, basta guide, e si passa al lifestyle. Al consumatore. Ma a quello che ha i soldi.

Al consumatore evoluto?

No no. Non è evoluto. Qui sta il trucco, se trucco è. Chi beve i vini costosi e di immagine non capisce niente di vino. Tutti quelli che fanno vino buono si ostinano a promuovere il vino nel nostro settore. E continuiamo a parlarci addosso. Noi abbandoniamo scientemente questo settore. Chi beve Cristal e Dom Perignon? Non il consumatore evoluto. Il consumatore evoluto beve Selosse. Se ha i soldi. Perché il dramma qual è? Che chi ha cultura nel vino franciacortaspesso non ha potere economico. La gente colta del nostro settore – lo dimostrano le origini di Slow Food – non ha quasi mai grandi possibilità economiche. Chi ha potere economico, guarda caso, spesso non capisce un tubo (l’espressione usata è molto più colorita, NdA). Voglio dire, per modo di dire: capiscono benissimo come fare i soldi, ma se comprano la Ferrari non la comprano perché hanno la cultura di capirne la sofisticatezza tecnica: la comprano perché è uno status symbol. Nel mondo del vino questo concetto non passa. Nel mondo delle bolle questo principio è assoluto. Se nel vino la cultura del bere ha un legame piuttosto forte con i prodotti di qualità – e quindi, per esempio, Borgogna, Bordeaux sono comprati per la maggior parte da gente colta – nelle bolle non è così. Le bolle costose sono comprate per la maggior parte da gente che non capisce niente di vino. Noi non dobbiamo far altro che guardare cosa sta succedendo da chi ha più storia e più esperienza di noi e fare tesoro anche dei loro errori. Basta vedere cosa sta succedendo in Champagne, dove il marketing sta uccidendo il prodotto. Perché io non posso prendere per esempio Charlize Theron che vuole, mettiamo, due milioni di euro per essere testimonial del mio brand e uscire con le bottiglie che non hanno fatto tre mesi di riposo dopo il dégorgement perché devo pagare la star. Comunque è un problema loro. Noi dobbiamo solo tenere ben presente la cosa e non ripetere lo stesso errore.

Quindi ritiene che lo Champagne sia il vostro concorrente naturale, all’estero.

Come prezzo senz’altro. Sa quanto costa una bottiglia media di Cava? Tre euro e quaranta. Stanno cercando di battere il Prosecco sul prezzo. Io sono quarant’anni che vado in giro a cercare di vendere a trenta dollari. A dire “questa bottiglia è italiana e costa come Moët & Chandon”. È difficilissimo scalfire l’immagine di un vino che ha 300 anni di storia.

A questo proposito, volevo farle notare una cosa: spesso la comunicazione, in Franciacorta, fa riferimento allo Champagne. Confronti tra Franciacorta e Champagne, paragoni tra Franciacorta e Champagne. Non crede che ciò sia un po’ provinciale?

Questo è stato secondo me un peccato veniale del passato. Ora cerchiamo di non farlo più.

Vittorio-Moretti

Vittorio Moretti

Eppure Vittorio Moretti (patron di Bellavista, NdA), non proprio l’ultimo arrivato, ha recentemente dichiarato che «la Franciacorta è la Champagne d’Italia»…

Io lo reputo un peccato di gioventù… un peccato veniale.

Come di gioventù? Vittorio Moretti ha più di settant’anni!

Di gioventù intendo nel ruolo di Presidente o di possibile futuro Presidente.

Quindi lei mi conferma che sarà lui il prossimo…

Non lo so, vedremo cosa deciderà il CdA. In Consorzio la parola Champagne non è mai nominata. A casa sua, poi, ciascuno fa quello che vuole. Ripeto: è un peccato veniale del passato, che ancora esiste, ma dal quale ogni anno che passa ci si allontana sempre più perché matura la consapevolezza del fatto che si può e si deve camminare sulle proprie gambe. Comunque voglio dirle una cosa: io ieri sono stato invitato in Champagne. Chi ha duecentocinquant’anni di storia più di noi, rompendo il tradizionale atteggiamento di superiorità, ha chiamato il miglior spagnolo, che si chiama Raventós, il miglior italiano – dicono – il miglior inglese e il miglior francese non della Champagne. Per un confronto e per parlare del futuro.

Tornando alla promozione: abbiamo parlato di estero, ma in base alle mie esperienze e alle mie impressioni personali il Franciacorta ha ancora bisogno di essere conosciuto in Italia.

Certamente. Il Franciacorta è tale solo nel Nord. Parlo delle richieste spontanee del consumatore medio, che cerca Franciacorta da Udine a Torino, confine meridionale Bologna. Fine. Oltrepassato l’Appennino, zero. Per fare un esempio, il dottore di Roma che deve fare un regalo preferisce ancora Veuve Cliquot. A Milano no. A Milano, su dieci persone, nove scelgono due marchi di Franciacorta, che ovviamente non cito. Due marchi che costano più di Veuve Cliquot. A Firenze o a Palermo questo non succede.

Solo due marchi…

Difatti la policy del Consorzio è quella di far crescere all’estero, dove c’è una prateria a disposizione, le quindici-venti aziende diciamo più strutturate per dare spazio, sul mercato interno, alle aziende piccole. Perché la gente, adesso, vuole un’alternativa a questi due marchi. Vuole poter dire “io ho questo piccolo produttore, non lo conosce nessuno, è migliore di…”.

Un classico di ciò che accade nelle zone vinicole evolute.

Certo. Tenga sempre conto di questo: noi siamo dei bambini. Noi abbiamo cinquant’anni. Come lo ottieni questo risultato? Bisogna sbattere fuori i grandi a farsi il cosiddetto mazzo – quelli che hanno i numeri, l’organizzazione, le spalle grosse – dando così la possibilità ai piccoli di respirare a livello nazionale.

2015-04-21 18.35.12Ecco, proprio parlando di numeri, anche rispetto agli ettari vitati, la Franciacorta è ancora indietro.

Come produzione siamo quasi a posto. Siamo a 18 milioni di bottiglie l’anno, come vendite siamo a 15,5 milioni, io penso che a pieno regime potremo arrivare a 21 milioni e credo che entro una decina d’anni ci arriveremo. Non c’è fretta. E spero che, di queste, metà vadano all’estero.

Mi dica una cosa, a proposito di grandi. Cosa ha pensato quando Berlucchi ha deciso di “tornare a casa” convertendo tutta la produzione da VSQ a Franciacorta Docg?

Ho pensato che fosse una grande opportunità e un grande rischio, come nei fatti si è rivelato. Perché la politica commerciale di questa azienda è l’unica che va in controtendenza rispetto a tutte le altre nel dialogare con la grande distribuzione.

Mi ricollego con questo al problema dei prezzi bassi che si sta verificando…

Non è un problema. Non faccia lo Ziliani. L’unico problema, che poi è un problema-non problema, è proprio Berlucchi. Perché si tratta di un’azienda strutturata, importante, che affronta un mercato che non è quello di riferimento per un prodotto di qualità come il Franciacorta. In Champagne con la grande distribuzione dialogano almeno venti marchi. E convivono con una politica di prezzi abbastanza schizofrenica. Quindi per noi inizialmente sarà un problema, ma ci sarà un avvicinamento nel senso che Berlucchi salirà e qualcun altro scenderà: anche sui prezzi ci sarà una linea d’incontro che in due o tre anni si normalizzerà. Gli altri Franciacorta a prezzi ancora più bassi sono fenomeni che ritengo andranno a scemare e che comunque rappresentano sì e no il cinque per cento della produzione totale, quindi non sono preoccupanti. Certo che non fanno bene. Ma il consumatore evoluto sa che i costi di produzione non permettono di poter vendere un Franciacorta al di sotto dei 12-15 euro. Quindi un Franciacorta a 5 euro non scredita l’intero territorio, scredita solo l’azienda. Stiamo ancora facendo i conti con l’eredità di due aziende fallite che hanno lasciato sul territorio un grosso quantitativo di bottiglie di basso livello.

Ma non sono finite quelle bottiglie?

No. Ci sono ancora in giro circa 400mila bottiglie. Per fortuna, non tutte passano l’esame della Docg quando vengono presentate.

Avete probabilmente sbagliato all’epoca a non farle sparire dal mercato, e comunque non tutto ciò che circola ora sottocosto viene da lì.

Ci vorranno due o tre anni perché la Franciacorta si ripulisca di questa eredità, e come le ho detto anche i fenomeni sporadici di altre aziende che vendono a prezzi troppo bassi tenderanno a sparire. Era molto più dannosa, all’epoca, per l’immagine della Franciacorta, l’esistenza dell’Agricola Boschi con la sua incessante pubblicità televisiva che non queste piccole partite di bottiglie di oggi. Oltretutto non c’è nulla di premeditato, son solo persone in buona fede che hanno fatto male i loro conti.

consorzio_storia

La Franciacorta è uno dei pochi territori, se non l’unico, in cui non esiste una cantina sociale. Non crede che possa servire una struttura del genere?

Una cantina sociale no. Serve, ed è già stata valutata due volte dal Consorzio, una banca dove tutti hanno l’obbligo di conferire una percentuale della produzione, che sia l’uno, il due, il tre per cento. Dieci anni fa era un progetto irrealizzabile per via dei costi, adesso si può fare. Si paga il prezzo di mercato e la banca ridà i mosti a chi ne ha bisogno. Sia nel caso che un produttore abbia bisogno di un mosto con determinate caratteristiche, sia nel caso di eventi accidentali come la grandine. Hai bisogno di duemila ettolitri? Bene, nella banca ci sono. Tutto questo però senza lo scopo di imbottigliare ed etichettare con un proprio marchio. Le cantine sociali virtuose ci sono solo in Alto Adige. Io sono nato a Bolzano e lo so bene perché. Qui non c’è la capacità di essere intransigenti come sono i miei conterranei. Una cantina sociale diventerebbe un ente assistenziale in senso negativo. La banca invece sarebbe un supporto per i produttori. Per mettere in piedi una struttura simile ci vogliono dai 4 ai 5 milioni di euro. Oggi però abbiamo un’urgenza: vendere di più e vendere meglio. La banca viene dopo. E comunque le ripeto: non avere avuto una cantina sociale è stata la nostra fortuna.

In più si può partire con il progetto dello zucchero fatto con il mosto concentrato. Con i nostri macchinari e la nostra tecnologia, così da procedere in un percorso virtuoso in cui si crea un sistema organico valido per tutta la zona.

Il SoloUva, in pratica.

Il progetto è nei verbali del Consorzio di dieci anni fa. Con tutto il rispetto, non è che dobbiamo aspettare Giovanni Arcari per avere questa idea. Però il Consiglio di Amministrazione lo voleva fare bene. Non che lui lo faccia male, non mi fraintenda: lo voleva fare in modo più organico, meno naïf, prendendo il mosto di tutti, concentrandolo con le macchine più raffinate ed efficienti presenti sul mercato. Però ci vogliono 5 milioni di euro. Quando ci saranno, stia tranquillo che questo Consorzio lo farà.

In quel caso sì che si potrà parlare davvero di “Metodo Franciacorta”.

Quello si può già perché il medico bresciano Girolamo Conforti col suo “Libellus de vino mordaci” venne prima di Dom Perignon. Poi l’abate continuò come sappiamo, ma ci lasci almeno la paternità.

A parte le facezie, questo discorso che prevede, da parte del Consorzio, investimenti ad ampio raggio, con costi onerosi, mi fa venire il mente una domanda sul rapporto tra cantine grandi e cantine piccole che in Franciacorta non è proprio idilliaco.

Una cantina grande non esiste se non esistono le cantine piccole. Se c’è qualche mugugno, viene da parte di persone che non affrontano con realtà e onestà il problema. Perché di mugugni in assemblea e in CdA non ce ne sono stati. Che sono poi gli ambienti deputati dove tutti possono parlare. Faccio notare che tutte le votazioni non sono mai avvenute per voto ponderale ma per testa. Una testa, un voto. Non credo che esista un Consorzio più democratico di questo. Noi abbiamo un altro statuto, nel quale è previsto il voto ponderale: non lo abbiamo mai usato, eccetto che per l’elezione del Consiglio di Amministrazione. Questo in 25 anni di storia del Consorzio. Per tutte le altre decisioni, io conto come il piccolo produttore che fa cinquemila bottiglie.

Detto questo, esiste sicuramente un malessere nelle aziende. Ma è un malessere dettato da una situazione economica e finanziaria pesantissima, anche perché il nostro disciplinare è il più restrittivo che ci sia. Quindi se non vendi, se sei costretto a ribassare i prezzi, son problemi. Però bisogna che facciano anche un po’ di autocritica. Fare le bottiglie di vino tutto sommato non è così difficile. Venderle è più difficile. E venderle bene è ancora più difficile. Però non bisogna scaricare le colpe sul Consorzio. Il Consorzio non vende le bottiglie. Anche il prezzo dell’uva in questo momento è troppo basso: e glielo dice uno che compra. Siamo intorno a 120 euro al quintale. Bisogna tornare intorno a 180-200 euro al quintale. La base deve guadagnare bene, visto oltretutto che il nostro disciplinare prevede 90 quintali/ettaro come resa massima.

cartina_franciacortaNon pensa che un disciplinare troppo restrittivo alla fine possa risultare controproducente?

Oh, per me è ancora largo. Io lo stringerei ancora. Su varie cose che tra l’altro sono in discussione perché siamo già alla settima proposta di cambiamento in sette anni. Questo per dire anche che c’è una linfa, in Franciacorta, che pochissime zone hanno. D’altra parte, le ripeto, abbiamo solo cinquant’anni e la continua evoluzione è inevitabile. La realtà è che abbiamo fatto un miracolo, perché da ultimi siamo diventati i primi, sia per dimensione sia per prezzo unitario. Si ricordi che sedici anni fa la Franciacorta era quarta. Aveva davanti il Trentino, il Piemonte – fornito dall’Oltrepò – poi l’Oltrepò Pavese stesso. Non un secolo fa. In sedici anni abbiamo quasi doppiato il secondo. Come prezzo unitario medio per bottiglia la Franciacorta adesso supera il Trentino del 40%. E di chi è il merito? Di quel disciplinare. Del fatto di dirci “facciamoci del male”. Perché facendoci del male faremo il nostro bene. Se non il nostro, quello dei nostri figli. A una zona così giovane l’accelerazione la puoi dare solo con le regole. Con la cultura serve molto più tempo. E questo non è il Zanella-pensiero: è il pensiero di un Consorzio che da 25 anni guida questa zona con una coesione straordinaria.

franciacortaC’è però il rischio che qualcuno esca dal Consorzio e dalla denominazione.

Sì, certo. Ci sarà qualcuno che esce. Ma non mi preoccupa. Perché vuol dire che non ci crede, che non ce la fa, che cerca delle scorciatoie anche in termini di visibilità. Perché sul breve termine dire che si è usciti dal Consorzio Franciacorta dà un notevole impatto mediatico. Mi ricollego a quello che diceva lei, e che è un problema nel problema. In tutte le zone viticole importanti del mondo i vertici qualitativi sono rappresentati dalle aziende piccole. Qui è il contrario. Questo è un problema per il pubblico più evoluto. Perché il fatto che il piccolo produttore rappresenti un punto di riferimento dà la certezza che la denominazione è seria. È un modo per avere quella che io chiamo una tavolozza personale di alternative che dà certamente più soddisfazione. Qui le alternative stanno arrivando in maniera troppo lenta. E io, anche se le sembrerà paradossale, non vedo l’ora che arrivino.

Lei è soddisfatto della qualità media dei Franciacorta in circolazione?

Il Consumatore è il Re. Chi decide è il consumatore. Il consumatore, oggi, è disposto a pagare un Franciacorta più di uno Champagne base. Sono milioni di persone che hanno deciso di spendere dei soldi perché sono convinte di avere in cambio qualcosa che risponde alle loro aspettative. Si può fare di più, si può fare meglio. L’azienda Franciacorta salirà, io questo glielo firmo. Dei tremila ettari piantati, mille hanno meno di dieci anni. Quindi è ovvio che il prodotto salirà, con un disciplinare così forte e un vigneto così giovane. Il margine di miglioramento è pazzesco. Non mi preoccupa il livello qualitativo attuale, che comunque secondo me rispetto alle altre zone va già molto bene, perché so già che migliorerà ogni anno. Finché il vigneto non ha 20-25 anni non si può fare un grande vino. Io sono perennemente insoddisfatto perché questa è la mia natura, ma glielo ripeto un’altra volta: in cinquant’anni abbiamo fatto un miracolo.

Anche perché, diciamolo, non è proprio la zona più vocata del mondo…

Su questo voglio parlarne a lungo. Le ricordo, tanto per fare un esempio, che l’autostrada che va da Rovereto a Bolzano ha un’altezza media di 100 metri sul livello del mare. E i vigneti sono tutti sotto l’autostrada. Quindi che non la menassero con i vigneti di montagna…

Adesso però è lei che fa lo Ziliani. Non è solo questione di altitudine ma anche di suolo, di microclima…

Non faccio lo Ziliani. Dico le cose come sono. Quando mi dicono che noi non abbiamo terreni vocati rispondo: facciamo una prova. Noi non abbiamo storia. Non c’è tradizione vinicola sulle uve bianche e sulla spumantizzazione, attenzione: perché all’epoca del trattato napoleonico qui c’erano 1.100 ettari vitati. Soltanto che erano di uve rosse e non bianche.

Tornando al Consorzio. Chi vedrebbe bene come suo successore?

(Ride). Io penso che chiunque sarà farà meglio di me, perché quello che conta in un Consorzio non è il Presidente ma il Consiglio di Amministrazione. Ci sarà forse qualche problema in più a tenere unita la squadra. Io spero che la coesione che c’è stata finora non venga mai meno e, anzi, si rafforzi ulteriormente.

CdA di cui lei farà comunque parte.

Se mi votano, sì, perché ci tengo troppo. Un CdA che in 25 anni è stato sempre unito, quasi cementificato. Perché abbiamo gli stessi interessi.

Se il regolamento fosse diverso si sarebbe ricandidato per un terzo mandato?

No, perché sono stufo nero. Ho già dato molto in termini di tempo e di impegno personale. Deve andare qualcuno che abbia a disposizione più tempo e che abbia lo stesso entusiasmo che avevo io sei anni fa. Questa norma è bellissima. Ed è giusta.

logo_EXPOA questo punto è inevitabile una domanda sull’Expo, visto che siamo a pochi giorni dall’apertura e visto che il Franciacorta ne è l’Official Sparkling Wine Sponsor.

Per quanto riguarda i progetti e le iniziative, sarà comunicato tutto il 28 aprile. Per quanto riguarda le aspettative, sono altissime. La candidatura è stata votata dall’assemblea – di nuovo con un voto per testa – che ci ha creduto e ha tirato fuori i soldi. Abbiamo partecipato alla gara, e siamo stati anche discretamente bravi a vincerla.

Non che la concorrenza fosse chissà cosa…

No no, la concorrenza era forte.

Ferrari, una sola azienda contro un intero Consorzio.

Ferrari è un’azienda forte. Molto forte. Da rispettare, perché sono dei professionisti seri e bravissimi. Dicevo, le aspettative. Le aspettative sono innanzitutto che arrivino davvero venti milioni di persone. Il che non dipende né da me né da lei. E che, fra questi venti milioni di persone, quelle che fanno parte del target che ci interessa arrivino in Franciacorta. E basta. Se ciò accade, abbiamo fatto bingo. Se non accade, se arriveranno solo tre o quattro milioni di persone, abbiamo investito male i nostri soldi. Tutti gli imprenditori decidono di prendere dei rischi, altrimenti non sarebbero imprenditori. Il sito è meraviglioso e faremo una bellissima figura.

Saranno presenti tutte le 109 aziende associate?

No. Tutte hanno pagato la loro quota, visto che la decisione è stata presa dall’assemblea dei soci e dal CdA. Però paradossalmente hanno aderito solo 87 aziende, se non mi ricordo male. Forse perché non hanno le bottiglie, o pensano che sia una perdita di tempo, non lo so.

Molto bene. A questo punto, quando non sarà più Presidente del Consorzio, se vorrà tornerò per parlare di Ca’ del Bosco e fare qualche assaggio. Così potrò massacrarla sulla Cuvée Prestige.

(Ride). È vicendevole. Se facciamo una degustazione alla cieca la massacrerò io. Così avrà qualche convinzione in meno. Il vino riserva sempre delle sorprese. E poi il vino è così strano.

Sempre pronto a cambiare opinione. Grazie mille e a presto.


Torno all’auto guardando le sculture, i vigneti in perfetto ordine, il ponticello di legno sul laghetto. Oltrepasso il cancello di Arnaldo Pomodoro e mi ritrovo nella realtà di Erbusco: traffico, capannoni, camion. Sì, hanno fatto davvero un miracolo.

Il giorno dopo vengo a sapere che all’assemblea dei soci del Consorzio Franciacorta prevista per il 6 maggio verrà avanzata la proposta di prorogare il mandato di Presidenza di Maurizio Zanella per altri sei mesi, fino al termine di Expo 2015. Scontata l’approvazione.

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12 commenti a My name is Zanella. Maurizio Zanella.

  1. vinxxe ha scritto:

    interessantissima intervista. complimenti davvero.

  2. Franco Ziliani ha scritto:

    non entro per ora nel merito della lunga interessante intervista. Mi limito, essendo stato chiamato in causa tre volte, a far notare all’intervistatore e soprattutto al Signor Presidente, in regime di prorogatio, del Consorzio Franciacorta, che fare lo Ziliani, come lui ben sa, visto che mi conosce da anni 31, non significa altro che fare del giornalismo libero ed indipendente e “dire le cose come sono”.
    Per cui le battutine sulla mia persona non sono solo fuori luogo, e per nulla spiritose, ma offensive, cosa che farò notare oggi stesso al Signor Zanella Maurizio quando lo incontrerò a Milano per la conferenza stampa della presentazione delle iniziative di Franciacorta nel carrozzone di Expo 2015.
    Per partecipare al quale Franciacorta ha speso una carrettata di soldi che a mio modesto avviso, ma io sono solo uno Ziliani,, interista e cronista del vino senza padroni, non un ricco miliardario milanista, a volte un po’ blasé, il Consorzio Franciacorta avrebbe potuto spendere meglio.
    Tanto per la precisione.

  3. Franco Ziliani ha scritto:

    Beghi, dai informazioni corrette, per favore. Maurizio Zanella non ha 61 anni bensì solo 58, essendo del 1956 come me. Lui nato il 9 novembre 1956 io il 23 settembre. Per cui l’amico (chissà se posso ancora chiamarlo così?) Zanella mi dovrebbe rispetto, senza ironizzare inutilmente, perché sono anche più vecchio di lui…

  4. Franco Ziliani ha scritto:

    caro Francesco, ho parlato di alcuni passaggi della tua ottima intervista a Zanella in questo post appena pubblicato su Lemillebolleblog http://www.lemillebolleblog.it/2015/04/28/caro-maurizio-zanella-sul-rapporto-franciacorta-champagne-vogliamo-finalmente-parlare-chiaro/

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  6. alessandro ha scritto:

    Trovo curioso che il presidente di un consorzio che pochi mesi fa annuncio’ in modo trionfale ai 4 venti che secondo un sondaggio effettuato da un serio istituto statistico (sondaggio dal consorzio stesso commissionato, per inciso) il franciacorta in italia risulta piu conosciuto dello champagne , oggi se ne esca dire che a sud dell appennino il franciacora e’ zero. Temo che ci sia qualcosa che non va. O nella comunicazione, o nel modo di fare analisi statistiche…

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  8. Marco ha scritto:

    Buongiorno,

    rileggendo questa bella intervista mi è caduto l’occhio su questo passaggio: “Chi beve Cristal e Dom Perignon? Non il consumatore evoluto. Il consumatore evoluto beve Selosse. Se ha i soldi.”

    Lei cosa ne pensa?

    Io che so di non essere un consumatore evoluto (e purtroppo con pochi soldi) ho assaggiato un Dom Perignon Vintage 2004 e un Cristal ’95 da sballo; di Selosse solo l’Initial che mi ha lasciato perplesso.

    Riassumendo: sono io spaventosamente poco evoluto o la frase che ho riportato rischia di essere una generalizzazione un po’ forzata?

    grazie
    Marco

    • Francesco Beghi Francesco Beghi ha scritto:

      Sono sostanzialmente d’accordo con lei. Secondo me il concetto che voleva esprimere Zanella è questo: Cristal e Dom Perignon sono degli status symbol conosciuti ovunque anche da chi non è esperto o appassionato di vino, si trovano nelle carte di tutti i grandi ristoranti del mondo e spesso vengono ordinati proprio in quanto status symbol e non in quanto grandi Champagne. Mentre Selosse, essendo un produttore di nicchia, è più probabile che sia ricercato dai veri appassionati e non, per esempio, da qualche oligarca miliardario che magari ci mette dentro il ghiaccio o le fragole. 🙂

      Questo a prescindere dai gusti personali e dalla reale qualità di ciò che si trova dentro quelle bottiglie.

      Saluti

      Francesco

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