Another love story in Verona?

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Ora tocca a me. Tocca a me, buon ultimo visto che non ci sono potuto andare causa pit stop, tracciare un breve bilancio del Vinitaly 49° edizione da poco concluso.

A una prima occhiata in giro per il web, pare che sia stato un trionfo. Guardate per esempio questo filmato tratto dal sito de l’Espresso. Qualcuno addirittura si spinge a utilizzare lo slogan Je suis Vinitaly per rimarcare il proprio senso di appartenenza alla Fiera, qualcun altro rivendica come positiva rispetto per esempio al ProWein di Düsseldorf svoltosi la settimana precedente o ad altre Fiere professionali la massiccia presenza di non addetti ai lavori (leggi: appassionati, certo, enocuriosi, certo, ma anche stormi di ragazzotti ubriachi e vomitanti).

Tra i vignaioli con cui ho parlato personalmente, la frase più ricorrente – la stessa da dieci anni a questa parte – è stata “non so se l’anno prossimo ci torno”. Alla fine però ci tornano quasi tutti, e qualcuno mi ha pure detto che dal punto di vista commerciale è stato molto più soddisfatto rispetto al ProWein.

Se però si guarda un po’ più nel profondo, si scopre che non è stato proprio tutto rose e fiori. La lettera aperta pubblicata dallo storico wineblogger americano di origine italiana Alfonso Cevola intitolata “Perché questo potrebbe essere il nostro ultimo Vinitaly a Verona” (a questo link la traduzione in italiano) dovrebbe far riflettere parecchio Veronafiere e il Comune di Verona. Io quest’anno non c’ero, come detto, ma tutto quanto elencato da Cevola è esattamente ciò che si è sempre verificato nelle edizioni precedenti, quindi non ho motivo di dubitare delle sue parole.

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E se è vero che la mai abbandonata formula da sagra di paese ne fa terreno fertile per il proliferare di nani e ballerine, tanto da far coniare a Franco Ziliani il termine Vinitaly Vanity Fair, è vero anche che succede ben di peggio: ovvero che nei parcheggi di proprietà di Veronafiere ma dichiarati non custoditi le auto dei produttori di vino possano essere tranquillamente scassinate, con l’Ente che se ne lava beato le mani. Dopodiché, leggere questo articolo pubblicato dal quotidiano L’Arena (Polizia: «Al Vinitaly tutto ok – Niente furti né borseggi») suona davvero come una presa per i fondelli.

Quanto a Veronafiere, che come slogan per il Vinitaly ha scelto “Another love story in Verona”, rammento che la love story precedente è durata tre giorni (uno in meno del Vinitaly) e ci sono stati cinque morti.

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6 commenti a Another love story in Verona?

  1. Eugenia ha scritto:

    5 morti? E che fiera era?

  2. Bravo Francesco! Aho, finché scrivi articoli del genere leticare con te non é più possibile… E dai, basta co’ sto buonismo!!!!

  3. asdf ha scritto:

    Un mio amico piccolo produttore mi raccontava arrabbiatissimo che partecipare a Vinitaly gli costava qualche migliaio di euro, mentre per partecipare a una fiera a Montpellier gli hanno chiesto appena 200-300 euro al giorno (per i francesi ancora meno).
    Lui dice che non tornerà mai più al vinitaly, piuttosto si fa il giro delle fiere europee.

  4. asdf ha scritto:

    (Ti seguo con interesse, bei contributi)
    Andrea F

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