Barolo Boys: bel documentario e sterili polemiche

Baroloboys-locandinaFinalmente l’ho visto anch’io! La curiosità di vedere Barolo Boys – Storia di una rivoluzione era tanta, visto il tema e viste le inevitabili polemiche che hanno accompagnato questo docufilm fin dal suo annuncio, con accuse di celebrazioni e agiografie – mentre invece di celebrativo e di agiografico c’è ben poco, tant’è che l’ultima musica suonata dall’ottima Banda Musicale Gabetti di La Morra tra i vigneti – adoro le musiche per banda, e quelle scritte da Giorgio Boffa per il film sono splendide – sembra una sorta di marcia funebre. Mentre gli stessi protagonisti della vicenda se ne escono candidamente con affermazioni al limite dell’assurdo come Elio Altare quando afferma e ribadisce che «Tutti i grandi vini del mondo prodotti allora… e anche oggi sono affinati in barrique».

Ma andiamo con ordine. Nasce dall’amica Cinzia Montagna l’invito a partecipare alla presentazione del film presso il Teatro Sociale di Stradella, a conclusione del convegno “Dimensioni Rurali. Innovazione, cultura, ambiente e sostenibilità in Oltrepo Pavese” organizzato dal G.A.L. Oltrepò. Si tratta di scambiare due parole con il regista davanti al pubblico prima della proiezione. Accetto con entusiasmo, visto il mio interesse per l’argomento. Ovvero quanto accaduto in Langa a metà degli anni 80, quando questo gruppo di giovani produttori si ribellò alla tradizione no_barriquedei padri e cominciò a stravolgere l’identità del Barolo, abbandonando le vecchie botti di legno per introdurre le barrique di rovere nuovo, cambiando i metodi di vinificazione, producendo vini più fruttati, più pronti, più muscolosi, più colorati secondo i dettami delle mode del tempo imposti soprattutto dal guru dei degustatori americani Robert Parker su cui si appiattì anche gran parte della stampa specializzata europea, italiana in particolare. E dando vita a una guerra di religione tra modernisti e tradizionalisti durata trent’anni e non ancora del tutto sopita.

Poche allora le voci discordanti. Luigi Veronelli, tutt’altro che contrario all’uso della barrique in sé, era assai scettico su profumi e colori – per forza, visto che all’epoca il nebbiolo veniva spesso e volentieri “dopato” con uve francesi non previste dal disciplinare, anche se questo il film non lo dice.

Paolo Casalis si rivela un giovane franco, cordiale, aperto, poco “langhetto”, a dire il vero. 37 anni e già un buon corredo di documentari alle spalle, tra cui Langhe Doc – Storie di eretici nell’Italia dei capannoni. che mi riprometto di guardare quanto prima.

Come e quando nasce l’idea del film?

Nasce circa due anni fa, dall’incontro con Tiziano Gaia. Lui a dire la verità è più addentro il mondo del vino rispetto a me. Ci sono documentaristi che vanno a girare nei posti più sperduti del mondo. Noi avevamo proprio lì, beghi-casalis-2nella nostra terra, a due passi da casa, una storia forte, importante, da raccontare. Senza approcci ideologici.

Avete trovato difficoltà nella realizzazione?

Vere e proprie difficoltà no. Diciamo che siamo stati “tollerati”. Paradossalmente, sono stati proprio i Barolo Boys, i protagonisti della “rivoluzione”, i più reticenti. Non avevano molta voglia di parlare ancora di quella storia, di tirar fuori vecchi scheletri.

Come è stato accolto il film in Langa?

La prima proiezione è stata all’Enoteca Regionale del Barolo. Avevamo un po’ di timore. C’erano i Mascarello, i Rinaldi… i tradizionalisti, insomma. Alla fine devo dire che avevano tutti il sorriso sulle labbra. In fondo il film non è altro che un documentario, racconta quello che è successo in quegli anni, dando voce ai protagonisti dell’una e dell’altra parte.

Secondo te, dall’idea che ti sei fatto girando il film, pur non facendo parte del mondo del vino, alla fine fu davvero una rivoluzione o solo una parentesi?

Secondo me sì, fu davvero una rivoluzione. Non dico se fu un bene o un male, dico che le cose in Langa cambiarono completamente per tutti. Sì, fu una rivoluzione.


Dopo aver visto il documentario, debbo dire che i giudizi positivi superano ampiamente le perplessità. Belle le scene, la fotografia, le musiche. Equilibrati i punti di vista: chi si ostina, dopo la visione, a sostenere che si tratta di una celebrazione e che le voci contrarie sono ridotte a “macchiette” secondo me è accecato da pregiudizi ideologici. Anzi, il Cavalier Lorenzo Accomasso, il novantenne potatore Maggiore Vacchetto il quale dice in dialetto a Chiara Boschis che «il vino di suo padre era più buono», Beppe “Citrico” Rinaldi e sua figlia Marta fanno un figurone, la ritrattazione postuma di Carlo Petrini su certi giudizi guidaioli rende giustizia ai Barolo tradizionalisti troppo frettolosamente messi in un angolo, mentre sui Barolo Boys ormai invecchiati aleggia un’aria di malinconia, con Marco De Grazia ed Elio Altare quasi esiliati dalle Langhe in cerca di nuove avventure sull’Etna e nelle Cinque Terre. E anche per loro è difficile, alla fine, provare antipatia.

Certo, l’accostamento con l’abbattimento del Muro di Berlino è decisamente forzato, la presenza del prezzemolo Oscar Farinetti superflua, così come quella di Joe Bastianich, in ogni caso il film è da vedere assolutamente per ogni appassionato di vino – e quindi, per forza, di Barolo – che si rispetti.

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4 commenti a Barolo Boys: bel documentario e sterili polemiche

  1. Armando Colombi ha scritto:

    Veramente fatto bene, personalmente ho avuto i brividi in varie occasioni.

  2. Eugenia ha scritto:

    Andrò di sicuro.

  3. Pingback: Barolo Boys: bel documentario e sterili polemiche | Barolo Boys. Storia di una Rivoluzione / The Story of a Revolution

  4. Ettore Piero Cribellati ha scritto:

    Anni fa, all’epoca dei Barolo Boys, uno di costoro, di cui non farò il nome neanche sotto tortura, mi disse :
    Il Barolo d’oggi – ovviamente ante Barolo boys – deve essere bevuto tutto in una notte: prima ha dei tannini aspri che lo rendono sgradevole, poi, di colpo, i tannini si polimerizzano e diventano gradevoli ma, nel contempo, il vino si è ossidato……..
    Non ci credetti allora e non ci credo oggi ma un fondo di verità c’è.
    Detto da chi non ama le barriques.
    Cordialmente
    E.Piero Cribellati

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