L’azienda del giorno: Cantina Scuropasso

Fabio Marazzi in cantina con la figlia Flavia
(foto di Valeria Portinari)

Parlare di bollicine con Fabio Marazzi ti fa capire quanta passione autentica ha questo ragazzone annata ’62 per il Metodo Classico in generale e – ça va sans dire – per lo Champagne e la Champagne. Questa chiosa introduttiva serve a spiegare il motivo per cui, dopo aver lavorato per conto terzi, una volta nelle sue mani, Fabio ha voluto fortemente indirizzare l’azienda di famiglia verso la produzione in proprio di questa tipologia, considerata l’alta vocazione spumantistica della Valle Scuropasso, nella quale i cloni francesi di pinot nero furono portati dal Conte Vistarino fin dalla seconda metà dell’800.

Le Cantine Scuropasso (al plurale) sono state fondate nel 1962 (proprio l’anno di nascita di Fabio) da Federico e Primo, rispettivamente padre e zio paterno di Fabio Marazzi, entrambi provenienti da precedenti esperienze nel settore. L’attività principale consisteva nella produzione di basi spumante pinot nero per grosse realtà spumantistiche della Franciacorta e del Piemonte, oltre che nella produzione di vini rossi. Fabio entra in cantina verso la fine degli anni 80, e nel ’91 debutta con il suo primo Metodo Classico, lo Scuropasso Brut. Nel ’98 un ulteriore passo in avanti: il nome dello spumante cambia in Roccapietra (dai nomi di Rocca de’ Giorgi e Pietra de’ Giorgi, i due comuni simbolo della valle), l’affinamento sui lieviti passa dai 36 mesi precedenti agli attuali 48/60, e in breve tempo compare anche la versione rosé, che nel ’07 prenderà il nome di Cruasé, voluto dall’allora Direttore del Consorzio Carlo Alberto Panont contestualmente con il riconoscimento della Docg. Nel frattempo (anno ’03) Fabio cambia il nome chiamando l’azienda Cantina Scuropasso. «Noi abbiamo una struttura sola – dice – e “cantine” al plurale mi pareva che snaturasse la nostra nuova dimensione di azienda che non lavora più per conto terzi e ha abbandonato progressivamente il mercato dello sfuso». Nel ’06 la terza etichetta, il Roccapietra Zero, un non dosato – come si evince dal nome – che rappresenta il vertice della produzione attuale. Tutti gli spumanti sono 100% pinot nero. Un altro vino su cui Fabio punta molto è il Buttafuoco, che produce in due versioni, una giovane e una adatta all’invecchiamento. Concludono la gamma una Bonarda vivace di struttura e un Moscato frizzante molto ben fatto.

Attualmente la Cantina Scuropasso ha 15 ettari di vigneto in conversione biologica e ha investito nelle energie rinnovabili al punto da diventare indipendente sotto il profilo energetico. Fabio e la moglie Manuela mi accolgono con la cordialità che li contraddistingue, ed eccoci subito immersi in una fitta chiacchierata che prelude agli assaggi veri e propri.

La degustazione

Roccapietra Zero ’09

Sboccato nel giugno ’14, si presenta con un bel colore dorato e una bollicina molto fine. Il profumo è tipicamente pinot nero, un’uva che anche se vinificata come si deve in bianco non rinuncia ai suoi sentori originali di frutti di bosco. In bocca la sciabolata acida di chi ama i non dosati come me è musica per il palato, anche perché sorregge una struttura non indifferente riportando classiche note di lime e restituendo una equilibrata morbidezza propria del vino, data la pressoché totale assenza di zuccheri residui. Slanciato e agile il finale. Lo scrivo: uno dei migliori Metodo Classico oltrepadani assaggiati negli ultimi tempi.

Roccapietra Zero ’10

 

La sboccatura recente (novembre ’16) non lo aiuta, ma si mostra già con personalità. Stilisticamente segue la falsariga del ’09, forse con qualcosa in meno a livello di struttura ma qualcosa in più per quanto riguarda l’eleganza. Caratteristiche comuni sono il colore dorato e la bolla fine. Di suo ha una mineralità* e una balsamicità intriganti, e si può prevedere un’evoluzione in linea col predecessore. Nervoso e ficcante, chiude in buona armonia lungo e snello, fragrante e nitido. Sicuramente tra qualche mese potrà dare il meglio di sé. Una considerazione: in entrambe le annate non si sente per nulla la necessità di una piccola percentuale di “salvifico” chardonnay come vorrebbe una certa scuola di pensiero.

*Lo so che la moda attuale tende a sminuire la valenza di questo termine, ma tanto io lo uso lo stesso.

OP Pinot Nero Brut Roccapietra ’10

 

Sboccatura ottobre ’15, 50 mesi sui lieviti. Qui l’intervento della liqueur è piuttosto avvertibile, anche se il dosaggio zuccherino è piuttosto basso (6 g/l). In ogni caso il pinot nero si fa subito sentire con i suoi frutti di bosco a bacca nera, e il finale giocato sul margine della tendenza ossidativa è proprio ciò che Fabio va cercando. In bocca è carnoso, quasi tannico; alla sequenza di frutti che si succedono manca un po’ di croccantezza, l’unico motivo per cui non ho alzato una valutazione che rimane comunque assai lusinghiera. Non ha svolto la fermentazione malolattica; meglio così. È uno di quei Metodo Classico che si suole definire “gastronomico”, ossia adatto a tutto pasto.

OP Cruasé Roccapietra ’10

 

Tra i Metodo Classico assaggiati, è quello che mi ha convinto di meno. Sboccato a giugno ’16, ha un colore che ricorda quello del chiaretto e un intenso profumo di frutti di bosco a bacca rossa, a partire dal lampone. Detti così sembrano dei pregi; infatti il vino non ha difetti tecnici, è fatto a regola d’arte. Si tratta solo di una questione di interpretazione: le 10-12 ore di macerazione sulle bucce a mio avviso sono troppe, e questo è il motivo di una estrazione di colore e di frutto così accentuata. Se si aggiungono gli 8 g/l di zucchero, si ottiene un Cruasé che senza dubbio può piacere a molti palati ma che, secondo me, perde parecchio in finezza ed eleganza. Dopo aver fatto queste considerazioni, Fabio è andato in cantina a prendere dalla catasta una bottiglia dell’annata ’11: buccia di cipolla. Ok, promette decisamente meglio.

OP Buttafuoco ’13

 

Vinificato in solo acciaio, a vederlo sembra appena svinato, visto il colore violaceo assolutamente impenetrabile. Invece ha già tre anni, eppure la mora e il mirtillo che escono dal bicchiere hanno ancora la fragranza del vino giovane. Il che non stupisce più di tanto, giacché uve come croatina e barbera, quando coltivate con basse rese per ettaro e ben trattate in cantina, hanno bisogno di tempo per esprimersi al meglio, anche sui vini non destinati a lunghi invecchiamenti. Acidità vibrante, struttura e piacevolezza di beva, bel finale con  nota di mandorla: difficile chiedere di più a un vino del genere.

OP Buttafuoco Lunapiena ’09

 

In cauda venenum, si potrebbe dire. Dove il “veleno” non è certo il vino ma il giudizio che ahimè non posso fare a meno di dargli. Ma Fabio è un tipo spiritoso, quindi so che non si offenderà per la battuta, visto oltretutto che su questo vino abbiamo discusso a lungo. Intendiamoci: non è cattivo. Anzi, di sicuro può avere degli estimatori. Il fatto è che il legno copre tutto, ed è un peccato perché il vino, sotto, si sente che spinge per far sentire la sua voce. «Forse ho esagerato un po’», ammette Fabio. In passato avevo assaggiato altre annate di questo Buttafuoco in cui il legno faceva la sua parte in sordina. Qui invece ci sono sei barrique nuove in aggiunta alle botti più grandi, e si sentono tutte, anche se a bassa tostatura. Un trionfo di vaniglia, spezie di ogni sorta, torrone: sembra di stare in pasticceria. Ma vedrete che Fabio farà tesoro di questa esperienza, quindi attendiamo con fiducia le annate successive.

Considerazioni finali

Il privilegio di visitare le aziende di persona e soffermarsi per ore a chiacchierare di vino, oltre che assaggiarlo, è fondamentale per comprendere la filosofia e l’impegno che si trovano dietro le quinte. La genuina passione di Fabio Marazzi per il suo lavoro, per i suoi vini, per il vino in generale è contagiosa. La sua modestia e la capacità di ascolto, poi, sono fondamentali per un confronto pacato e sereno, posto che nessuno, men che meno il sottoscritto, ha la verità rivelata in tasca. Sono certo che questa cantina riserverà delle sorprese sempre più interessanti, nel prossimo futuro.

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