Cruasé: perché crederci

panont-e-cruase-200x192Quando, nel 2009, dopo aver ottenuto nel 2007 la Docg per lo spumante Metodo Classico prodotto in Oltrepò Pavese, l’allora Direttore del Consorzio Carlo Alberto Panont creò per la versione in rosa il marchio collettivo consortile Cruasé (rivendicabile per i vini prodotti proprio a partire dalla vendemmia 2007), non furono in pochi quelli che storsero il naso. Quasi naturale, peraltro, in un territorio dove tutti si lamentano che non venga mai fatto nulla e dove tutti sono pronti a impallinare chiunque tenti di fare qualcosa di utile alla promozione. Anche se questo qualcuno è proprio Carlo Alberto Panont, co-artefice – giusto per fare un esempio – della nascita e del successo del nome e del concetto stesso di Satèn in Franciacorta. E anche dall’esterno – more solito – non mancarono critiche e sfottò. 

Come recita la comunicazione del Consorzio sul sito specifico (dove peraltro la sede è indicata ancora in Piazza bottiglia-cruaseVittorio Veneto a Broni – attenzione, anche i dettagli sono importanti), “Cruasé, tecnicamente, è una parola macedonia formata dalla fusione tra “cru” (selezione) e “rosé” con l’interposizione di una “a” che fa da congiunzione. Il percorso per arrivare al nome del nuovo prodotto simbolo dell’Oltrepò Pavese, un rosé naturale DOCG da uve Pinot nero ottenuto attraverso il Metodo Classico, ha dato modo di riappropriarsi di un pezzo importante di storia locale. Cruà era l’antico nome del vitigno/vino per eccellenza prodotto in Oltrepò Pavese, a cavallo del 1700“. Le ironie sulla “macedonia” all’epoca si sprecavano. Personalmente, invece, dopo le prime perplessità, trovavo che il nome fosse azzeccato. C’era solo un problema, non di poco conto: mancavano i vini. Nonostante i tremila ettari di pinot nero impiantati, nonostante una ormai consolidata tradizione sulla produzione di Metodo Classico, le aziende produttrici di rosé erano ancora molto poche. Era prevedibile quindi un periodo di assestamento: anni di tentativi, improvvisazioni, anche di acquisti e di produzione conto terzi. Da una parte, quindi, una promozione in grande stile (in questo video potete vedere la presentazione del Cruasé presso la Città del Gusto del Gambero Rosso svoltasi il 28 novembre 2009 in cui Carlo Alberto Panont, affiancato da Marco Sabellico e dal sottoscritto, si cimenta in una sboccatura alla volée di alcune bottiglie durante la degustazione guidata), mentre dall’altra prodotti in molti casi ancora immaturi e discutibili.

Cruasé2meetingQuesto ha fatto sì che, superato il momento delle critiche aprioristiche, l’entusiasmo iniziale per il progetto sposato da alcuni produttori andasse via via affievolendosi, anche per via delle vendite non proprio travolgenti. Dalla mia posizione privilegiata di degustatore territoriale costante, però, ho potuto constatare già nel 2013 e soprattutto nel 2014, finalmente, una serie di uscite seriamente degne di nota le quali, infatti, hanno cominciato a ottenere una serie di recensioni positive (qui il Cruasé PBQ di Piccolo Bacco dei Quaroni su Doctor Wine di Daniele Cernilli, qui il Cruasé Bruno Verdi su Lemillebolleblog di Franco Ziliani, qui il Cruasé dei fratelli Calatroni su ilGolosario) e di riconoscimenti (Tre Bicchieri sulla guida del Gambero Rosso per l’Oltrenero Cruasé della Tenuta il Bosco). Il vino ha bisogno di tempo, il Metodo Classico ancora di più, il rosé non si inventa da un giorno all’altro. Attualmente le aziende oltrepadane che hanno richiesto il marchio Cruasé sono 47 e le bottiglie annualmente prodotte 400.000. Questo significa che la massa critica è ancora troppo bassa. Il Consorzio continua con la promozione, si veda per esempio il Temporary Wine Bar aperto in centro a Milano sotto Natale dedicato in modo specifico al Cruasé. So di aziende che sono titubanti sul fatto di mantenere il marchio collettivo: il mio suggerimento è quello di continuare a crederci, cercando nel contempo di aumentare, per quanto possibile, la produzione, una volta individuata la strada giusta – e il colore. Se si vuole arrivare a un giorno in cui, entrando in un bar e chiedendo un Cruasé, non si venga guardati come marziani.

Pubblicato in Oltrepò Pavese Tag: , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

9 commenti a Cruasé: perché crederci

  1. Matteo Bertè ha scritto:

    Personalmente, penso che il progetto Cruasé sia valido e bisogna continuare a crederci. In Oltrepò non abbiamo mai avuto sufficiente pazienza. Molti progetti iniziati ad un certo punto si sono fermati perché non si è voluto pazientare, ovviamente questa strategia non ha portato, non porta e non porterà mai a nulla. Bisogna fissarsi un obiettivo ed avere costanza e pazienza per raggiungerlo.
    Secondo il mio modesto parere le aziende, il Consorzio e distretto dovrebbero iniziare a collaborare per rilanciare il nostro Metodo Classico: rivedendo la denominazione della DOCG (Oltrepò Pavese Metodo Classico per me è troppo lungo, se poi ci aggiungiamo anche Pinot Nero), modificando i disciplinari un po’ troppo larghi e creando un istituto separato per la comunicazione. Ovviamente all’interno di questo progetto, il Cruasé potrebbe rappresentare una tipologia, un po’ come il Satén per la Franciacorta anche se stiamo parlando di tipologie diverse.
    Credo che all’inizio del progetto siano state create troppe aspettative a riguardo, aspettative che non sono state soddisfatte anche perché gli spumanti Rosé rappresentano un piccola nicchia di mercato.

  2. Stefano Calatroni ha scritto:

    Io sposo a pieno quello che ha detto Matteo con qualche piccola precisazione sopratutto in merito ad alcune responsabilità…. Nel senso che il Brand è consortile, il quale dopo averlo creato e convinto diversi produttori (me compreso)ad aderire al progetto, ha lasciato la parte promozionale divulgativa totalmente a carico delle aziende… In oltrepò come sappiamo ci sono molte (troppe) identità che vogliono essere promosse, se si aveva intenzione di crearne una nuova era fisiologico eliminarne altre… ma così non è stato…. Quindi un ennesimo fardello da tirarsi dietro per il nostro povero consorzio… Io a mio modo credo di aver mostrato pieno interesse per il prodotto facendone (o almeno provandoci) uno dei vini di più alta gamma del mio palcoscenico e voglio continuare a crederci… ma qualche risposta da parte del consorzio mi aiuterebbe assai… Non me ne voglia il carissimo Emanuele!

  3. Mapi ha scritto:

    Concordo perfettamente sul fatto che è necessario crederci.
    Nel corso degli anni nella mia qualità di assaggiatore Onav non ho potuto far altro che constatare una sostanziale crescita nella qualità sia del Pinot Nero Metodo Classico Docg che del Cruase’ .
    Certo c’è ancora molta strada da fare ma sono convinta che il Cruase’ sia un prodotto che puo’ avere un grande futuro nel e per l’Oltrepo’ Pavese.
    Non credo nelle rivoluzioni repentine e nei fuochi di paglia, soprattutto pensando ad un territorio vasto e complicato come l’Oltrepo’ Pavese , ma sono fermamente convinta che l’energia positiva che ho potuto osservare negli ultimi anni, da parte di giovani e dinamici produttori e di affermate realtà , non possa che portare risultati positivi ma solo attraverso la perseveranza e l’unità di intenti.
    Concordo con Matteo Bertè che c’è ancora molto da fare all’interno del disciplinare per rendere il Cruasè un prodotto che abbia la possibilità di essere presentato al pubblico non solamente come ottimo prodotto, ma e soprattutto con una sua identità riconoscibile al di là dello stile personale impostato dal produttore.
    Personalmente trovo molto lineare condurre una degustazione di Metodo classico Docg bianco. Pur differenziandosi in stile infatti , dal piu’ fresco e citrino fino ad arrivare a quello piu’ evoluto, risulta facile raccontare un prodotto ed un territorio , cosa che non avviene per il Cruasè.
    Le diverse interpretazioni, soprattutto per quel che riguarda i tempi di macerazione e quindi i colori ed i sentori , portano ad avere prodotti che a volte risultano troppo differenti tra loro per mantenere un identità di prodotto e territoriale e spesso inducono confusione nel consumatore.

    • Alessio Brandolini ha scritto:

      Io la penso come MATTEO il progetto cruase’ e’ valido e l’op deve puntare sempre di più sul metodo classico bianco e cruase’ perché siamo una delle zone al mondo dove il Pinot nero si ambienta meglio.
      Dalla esperienza della mia piccola azienda il cruase’ e il metodo classico bianco sono i vini che più ti permettono di varcare i confini regionali di vendita perché suscitano interesse sui consumatori/ristoratori.
      La storia dell’ op ci insegna che i successi più importanti da inizio 900 a oggi (svic, La Versa, Monsupello) sono arrivati con queste tipologie.
      Consorzio e distretto dovrebbero collaborare e promuovere di più il cruase e il metodo classico bianco e magari creare una denominazione che si stacchi da tutte le altre (troppe) doc che creano confusione nei consumatori con un nome più diretto nel metodo classico bianco e disciplinari più restrittivi con obbligo di raccolta in cassetta e più pernanenza sui lieviti

      • Francesco Beghi Francesco Beghi ha scritto:

        Per quanto mi riguarda, io chiamerei il MC Docg Oltrepò e basta, con la sola aggiunta Oltrepò Cruasé per il rosé, togliendo Pavese, pinot nero eccetera.

  4. Stefano ha scritto:

    Qualche Cruasè Pas dosè che consigliereste?
    In attesa di Picchioni…

  5. Francesco Beghi Francesco Beghi ha scritto:

    Tra quelli citati nell’articolo con recensioni positive, sono pas dosé sia quello di Calatroni sia il PBQ di Piccolo Bacco dei Quaroni.

  6. Matteo Bertè ha scritto:

    Con il nome sono pienamente d’accordo con te Francesco, per quanto riguarda i disciplinari, noi del tavolo spumanti abbiamo già stilato delle modifiche.

Rispondi